lunedì 29 ottobre 2012
Intrecci. Due righe di presentazione.
Molti di voi si chiederanno il senso di un’iniziativa simile in un momento come questo. La crisi dell’antropologia in Italia è sotto gli occhi di chiunque la voglia vedere: chiusura dei corsi, sbocchi professionali praticamente nulli, neanche quelli, come l’insegnamento nei licei delle Scienze Umane o come l’impiego come funzionario per i beni DEA nelle Soprintendenze, che sembrerebbero fuori discussione. Anche le scuole di dottorato si sono drasticamente ridotte, così come le borse di studio nelle poche che sono rimaste.
Sui forum e sui blog che si occupano di antropologia il ritornello è sempre uno: l’Italia non è un paese per antropologi. Ma può essere questa la soluzione? Al di là della libera scelta di ognuno, può la fuga dei cervelli essere l’unica prospettiva per chi vuole proseguire in questo campo? Certo, le politiche che gli ultimi governi hanno portato avanti sono a dir poco avvilenti. “Dalla cultura non si mangia”, ha detto l’ex ministro Giulio Tremonti.
Eppure la risposta che diamo è un risoluto NO!
È urgente – ed è in atto – una riflessione sulla nostra disciplina e su come possa inserirsi nelle dinamiche della società nel quale viviamo, non solo dal punto di vista lavorativo. Nella valorizzazione del patrimonio culturale, nelle policy nel campo delle migrazioni, nella pianificazione urbanistica: sono tanti i
settori in cui potremo intervenire con competenza e cognizione di causa. A queste tematiche abbiamo scelto di dedicare una rubrica fissa all’interno della rivista – Lavoro – in cui raccontare esperienze di antropologia applicata e professionale o proporre riflessioni di carattere più generale, anche fortemente critiche, come quella pubblicata in questo numero, contro la formazione accademica e i suoi limiti.
Ma l’intento di Intrecci va oltre, offrendo la possibilità a studenti alle prime armi di confrontarsi con i meccanismi delle pubblicazioni scientifiche ben più autorevoli della nostra. Una delle cose che manca nella formazione antropologica italiana è la pratica di scrittura, soprattutto nella forma di articolo. Eppure è principalmente attraverso questo strumento che avviene la comunicazione scientifica, nel settore antropologico come in qualunque altro. Alla domanda “Che cosa fa l’antropologo?” Clifford Geertz rispondeva “Scrive”. È ovvio che c’è molto altro, ma è anche indiscutibile che mettere al corrente del lavoro fatto – o che si sta facendo – deve essere un obbligo, così come quello di sottoporsi al giudizio “tra pari”. Per questo le prime due rubriche
di cui è composto Intrecci – Proposte e Ricerche – presentano contributi inediti e sottoposti a peer review, attraverso il procedimento del double blind.
Quella che proponiamo è un’idea di antropologia culturale ampia, inclusiva, che superi certi steccati che le scienze sociali e umanistiche hanno artatamente costruito e che costituiscono spesso un ostacolo alla comprensione delle pratiche culturali. In questo senso, il sottotitolo “Quaderni di antropologia culturale” è da intendere in senso lato. Già in questo primo numero potrete leggere un articolo di storia sociale ed uno al confine dei cultural studies.
Insomma, Intrecci vuole essere uno strumento di crescita per chi si affaccia al mondo dell’antropologia in Italia e vuole crescere a sua volta, dotandosi già dal prossimo numero di un comitato scientifico e aprendosi a contributi anche internazionali.
Le nostre intenzioni non possono essere che delle migliori.
Il primo numero della rivista è consultabile on line
http://www.intrecci-rivista.com/
venerdì 13 aprile 2012
Culturas ìbridas
lunedì 26 marzo 2012
Comunicato stampa
L’indignazione degli studenti e laureati in Beni Archivistici e Librari, cui vengono negate le possibilità di tradurre i propri studi in prospettive occupazionali, è compresa e condivisa anche dagli studenti e laureati in Antropologia Culturale ed Etnologia.
Il settore demo-etno-antropologico vive nella medesima incertezza, risentendo della mancanza di riconoscimento della nostra specifica professionalità, sottovalutata e fraintesa. Come per altre “professioni della cultura”, il nostro settore soffre atavicamente della “concorrenza sleale” di pseudoricercatori, spesso del tutto privi di qualunque adeguato titolo di studio. La formazione accademica, pur se largamente perfettibile, è, a nostro parere, indispensabile. Non possiamo che fare nostra l’affermazione contenuta nel documento congiunto firmato da ALeF SASSARI, AIB SARDEGNA, ANAI SARDEGNA e ANA SARDEGNA, che ribadisce “l’assoluta imprescindibilità del fatto che il titolo di studio e le qualifiche professionali costituiscono elemento fondante nei criteri di selezione per i bandi pubblici”.
In questo quadro, la possibilità che i titoli di studio perdano di valore legale non fa che aggravare la già pesante situazione, cui si somma la soppressione dell’unico corso di laurea magistrale LM1 in Sardegna, tappa basilare del percorso formativo nel settore demo-etno-antropologico.
Le affermazioni di principio di Enti pubblici e privati, in primis la Regione Autonoma della Sardegna, che presentano e promuovono l’isola come terra ricca di tradizioni e cultura, non si concretizzano in un adeguato impegno volto al coinvolgimento attivo delle professionalità del settore formate dall’Università.
La nostra associazione, pur se giovane, si è da subito impegnata su queste tematiche ed è attualmente al lavoro, con l’associazione Antrocom onlus, per la creazione di momenti di incontro e dibattito sulle modalità di riconoscimento della professione dell’antropologo.
L’associazione ASS.D.E.A. concorda quindi pienamente con l’urgenza dell’apertura “di un dibattito franco sul ruolo delle “professioni della cultura” nel nostro territorio”. Antropologi, archivisti, bibliotecari, archeologi, storici dell’arte, pur con specificità proprie, vivono problematiche simili. È quindi necessario e improcrastinabile che uniscano le loro voci ed elaborino momenti di riflessione ed azione condivisi.
Il presidente
Valentina Mura
mercoledì 29 febbraio 2012
OTA BENGA, il pigmeo dello zoo.
lunedì 30 gennaio 2012
Calcio con passamontagna
Il calcio è lo sport più popolare nei territori zapatisti [1]. Lì tanto gli uomini come le donne giocano dando calci ad un pallone nonostante non abbiano nessun campo. Non hanno scarpe da calcio e qualcuno nemmeno le calze adeguate. Però tutti, dal portiere fino all'ala sinistra, indossano sul volto il passamontagna [2] di sempre. Sullo sfondo nero delle loro maglie, le grandi lettere rosse nel petto indicano che l'undici non è altro che la selezione dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) [3]. L'emblema è la stella rossa [4] e salutano il pubblico sugli spalti portandosi la mano sinistra a un estremo della fronte.

6, 7 anni fa il subcomandante Marcos [7] (Comandante dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale EZLN) invitò l'Internazionale ad una partita amichevole con la selezione zapatista: "Le scrivo per invitarla (a Massimo Moratti) formalmente ad una partita tra la sua squadra e la selezione dell'EZLN nel luogo, data e ora che definiremo. Visto il grande affetto che nutriamo per voi, siamo disposti a non sconfiggervi con una goleada e darvi un dispiacere, ma a battervi con un solo gol in modo che i suoi nobili tifosi non vi abbandonino", ironizzò il ribelle. Lo stesso Javier Aguirre collaborò all'organizzazione della partita, e Marcos propose che facesse il guardalinee, insieme a Jorge Valdano [8]; l'arbitro sarebbe stato Diego Maradona mentre la telecronaca sarebbe stata a carico di Eduardo Galeano e Mario Benedetti [9]. Alla fine la partita non fu mai giocata.
L'amicizia con i sopraccitati è reale visto che la delegazione Interista ha dato appoggio con denaro, medicine e magliette. Javier Zanetti, il capitano neroazzurro, disse: "Crediamo in un mondo migliore, in un mondo non globalizzato, ma arricchito dalle culture e dai costumi di ogni popolo. È per questo che vogliamo appoggiarvi in questa lotta per mantenere le vostre radici e combattere per i vostri ideali". Il Pupi Zanetti confessò, insieme ai suoi compagni, di essere convinto di condividere gli stessi principi e ideali "che riflette lo spirito zapatista".
La risposta zapatista agli sportivi arrivò nel maggio del 2004. "Ci rallegra, sappiamo di non essere soli nella nostra lotta. Siamo felici perché in tutto il mondo ci sono fratelli e sorelle come voi che hanno coscienza e che vogliono costruire un mondo di giustizia e dignità", scrissero dalla selva Lacandona [15]. L'autonomia zapatista, strutturata in cinque Giunte di Buon Governo, fino ad oggi non riceve aiuto alcuno dallo Stato messicano. Per questo, l'enorme rete d'appoggio mondiale ha un ruolo rilevante. L'Inter è uno in più.

Note
[1] Per "territori zapatisti" si intendono sostanzialmente i territori dello stato messicano del Chiapas (73887 km², 4255709 ab.), che confina a sud col Guatemala e ad est col Belize, si affaccia ad ovest sull'Oceano Pacifico; confina con gli stati messicani di Oaxaca, a nord ovest, e Tabasco, a nord. La capitale e città più grande è Tuxtla Gutiérrez, circa 500000 abitanti. Cfr il sito istituzionale dello Stato all'Url http://www.chiapas.gob.mx/ (consultato il 30/01/12).
[2] Il passamontagna è uno dei simboli dell'EZLN. I combattenti lo indossano insieme ad un fazzoletto legato intorno al collo.
[3] Ejército Zapatista de Liberación Nacional, EZLN. È un movimento armato d'ispirazione marxista e indigenista (cfr nota 13) del Chiapas. Zapatista è un termine che si riferisce al guerrigliero messicano Emiliano Zapata Salazar (San Miguel Anenecuilco, Morelos, 8 agosto 1879 – Chinameca, Morelos, 10 aprile 1919), fra i capi della rivoluzione messicana degli anni '10 del Novecento. L'Ejército è formato soprattutto da discendenti di popolazioni autoctone maya, persegue una politica vòlta all'affermazione dei diritti degli indigeni, alla dignità e alla costruzione di una società basata su libertà, giustizia e democrazia. È un movimento fortemente anti-liberista (la bibliografia sull'argomento è sterminata: cfr, su tutti, Hernández Millán, A., EZLN. Revolución para la revolución (1994-2005), Editorial Popular, 2007).
[4] La bandiera dell'EZLN consiste in una stella rossa posta al centro del drappo su sfondo nero.
[5] La Marcha del color de la tierra (marcia del colore della terra), così denominata la marcia di oltre 250000 persone che, partita dal Chiapas attraversò pacificamente a piedi tutto il Messico, per arrivare alla capitale e dire Aquí estamos, qui stiamo, col significato di affermare la presenza degli indigeni nella vita politica del Messico (cfr Minà, G., 2001, Marcos: aquí estamos (un reportage in due puntate sulla marcia degli indigeni Maya dal Chiapas a Città del Messico con una intervista esclusiva al Subcomandante realizzata insieme allo scrittore Manuel Vazquez Montalban).
[6] Javier Aguirre, (Città del Messico, 1 dicembre 1958), ex calciatore e allenatore messicano.
[7] Subcomandante Marcos o Subcomandante Insurgente Marcos è uno dei capi dell'EZNL. Il termine "Subcomandante" si riferisce al fatto che i comandanti sono i rappresentanti eletti dal popolo chiapaneco. Figura carismatica, non indigeno, non ha mai mostrato il suo volto, sempre coperto – come tutti i comandanti dell'EZLN – da un passamontagna. Il 9 febbraio 1995 i servizi segreti messicani si sono detti sicuri che Marcos sia in realtà l'ex ricercatore universitario Rafael Sebastián Guillén Vicente (Tampico, Messico, 19 giugno 1957). Interessante su questo argomento un video fatto circolare dagli zapatisti su internet: http://www.youtube.com/watch?v=thAiSkX4qwo (Url consultato il 30/01/12). Su Marcos, cfr fra gli altri, Ramonet, I., 2001, Marcos. La dignità ribelle, Asterios; di Marcos, cfr fra gli altri, 1995, Io, Marcos. Il nuovo Zapata racconta, Feltrinelli, e 2006, Libertad y dignitad. Scritti sulla rivoluzione zapatista e impero, Datanews.
[8] Jorge Alberto Valdano Castellano (Las Parejas, Santa Fe, 4 ottobre 1955), dirigente sportivo, allenatore ed ex giocatore di calcio argentino.
[9] Eduardo Germán María Hughes Galeano (Montevideo, 3 settembre 1940), giornalista scrittore e saggista uruguaiano; tra le sue opere principali cfr 1971, Las vienas abiertas de América Latina, Siglo XXI e 1995, El fútbol a sol y sombra, Siglo XXI. Mario Orlando Hardy Hamlet Brenno Benedetti Farrugia (Paso de los Toros, Uruguay, 14 settembre1920 – Montevideo, 17 maggio 2009), scrittore e poeta uruguaiano; tra le opere cfr 2000, Primavera con una esquina rota, Sudamericana e 1979, Pedro y el Capitán, Santillana.
[10] Città di circa 30000 abitanti, ubicato tra le montagne della Sierra Madre, in Chiapas.
[11] "Bambini".
[12] Si riferisce alla sua origine argentina, transandina (Ande) rispetto al Messico e al Chiapas.
[13] L'indigenismo è un movimento letterario, antropologico, cinematografico, artistico e musicale nato inizialmente in Perù e sviluppatosi poi in tutta l'America Latina, incentrato sulla figura dell'indio come individuo sociale e culturale in situazione di subalternità e degrado. Per quanto riguarda la letteratura, cfr su tutti Arguedas, 1996, I fiumi profondi, Fabbri Editore; per quanto riguarda l'antropologia, cfr tra gli altri, Aguirre Beltrán, G., 1967, Regiones de Refugio, Instituto Indigenista Interamericano, México, Bonfil, G., 1970, "Del indigenismo de la revolución a la antropología crítica", en De eso que llaman antropología mexicana: 39-65, México, Nuevo Tiempo, Favre, H., 1998, El indigenismo, Fondo de Cultura Economica USA; per quanto riguarda il cinema, cfr fra gli altri, Sanjinés, J., 1966, Ukamau; per quanto riguarda la musica, cfr fra gli altri, Alomía Robles, D., 1913, El cóndor pasa; per quanto riguarda la pittura, cfr fra gli altri l'opera della pittrice Julia Manuela Codesido y Estenós (Lima, 1892-1979).
[14] I mapuche sono una popolazione autoctona sudamericana stanziata nel Cile meridionale e nell'Argentina del sud ovest; cfr, fra gli altri, Bengoa, J., 1999, [1985], Historia del pueblo mapuche: siglo XIX y XX, Santiago de Chile, LOM Ediciones.
[15] La Selva Lacandona è una zona dello stato messicano del Chiapas, quartier generale dell'EZLN.
[16] Villaggio di circa 800 abitanti situato nel Municipio di Pantelhó, stato del Chiapas.