giovedì 21 aprile 2011

Globalizzazione, xenofobia, identità locale. Il crocefisso e l'Italia.

Ispirata dall’antropologia interpretativa di Clifford Geertz (1926-2006), vorrei analizzare un caso specifico e cercarvi un significato più ampio per comprendere meglio la particolarità del fenomeno. Mi riferisco ad un tema molto attuale: la controversia sollevata in Italia dalla presenza del crocefisso nei luoghi pubblici, chi in difesa della tradizione cattolica italiana, chi in difesa della multietnicità e della libertà religiosa.

Le considerazioni sociologiche e antropologiche che potremmo elaborare sono numerose, ma mi soffermo su un unico elemento: quello specifico del crocefisso come simbolo identitario della tradizione cattolica e quindi, quasi per osmosi, della stessa cultura italiana. Sorvolando sull’ambiguità del concetto d’identità, analizzerei invece il fatto che, evidentemente, non si fa riferimento unicamente al principio religioso. Perché si parla d’identità italiana e non, semmai, unicamente di identità cristiano-cattolica?

L’Italia è uno dei maggiori bacini d’accoglienza dell’immigrazione straniera, in particolare dell’Europa orientale, del nord Africa (soprattutto Marocco) e del continente asiatico. Seppur i gli stranieri cristiani sono i più numerosi, aumenta la presenza di fedeli di altre religioni, in maggioranza musulmani. Di fronte alla globalizzazione e ad uno delle sue conseguenze più evidenti (l’immigrazione appunto), gli Stati nazionali sentono la necessità di conferire a oggetti specifici un particolare valore simbolico con lo scopo di veicolare l’idea di comunità nazionale[1]. Per riportare le parole di Marc Augé (1935): «Oggi non si tratta più di “edificare” degli individui, di istruirli e di costruirli affinché si identifichino progressivamente con l’ideale cristiano e morale condiviso, ma piuttosto di identificare delle collettività, di radicarle nella storia, di sostenere e rafforzare la loro immagine, di mitizzarle affinché degli individui a loro volta possono identificarvisi, a cominciare dagli stranieri»[2].

In conclusione, potrebbe essere questa, dunque, una possibile interpretazione del fatto esaminato: se di fronte alla temuta forza omologante della globalizzazione e alla paura dell’altro, si tende ad affermare la propria località ostentandola, se - come sosteneva Emile Durkheim (1858-1917) - la religione rappresenta la società stessa, i simboli religiosi sono proiezioni del gruppo e la società nel venerare il simbolo religioso venera sé stessa e consolida la propria identità collettiva[3], la diatriba sul crocifisso parrebbe una lotta simbolica, giocata con il significato che l’oggetto (il simbolo cristiano) veicola.


Elisa Biosa


Bibliografia.

M. Augé (1994), Storie del presente. Per una antropologia dei mondi contemporanei, ed. it., Il Saggiatore, Milano, 1997.
U. Bonanate, Antropologia e religione, Loescher Editore, Torino, 1975. 
J. Friedman a cura di F. La Cecla e P. Zanini, La quotidianità del sistema globale, Bruno Mondadori editore, Milano, 2005.
U. Hannerz, La complessità culturale. L’organizzazione sociale del significato, Il Mulino, Bologna, 1998.
F. Lai, C. Bilotta a cura di G. Mondardini Morelli, La produzione della località. Saperi, pratiche e politiche del territorio, CUEC, Cagliari, 2005.
F. Lai, La creatività sociale, Carocci editore, Roma, 2006. 
N. Martino, Antropologia culturale, Antonio Vallardi Editore, Milano, 2006.
A. Signorelli, Migrazioni e incontri etnografici, Sellerio editore, Palermo, 2006.


[1] F. Lai, C. Bilotta 2005, p. 116.
[2] M. Augé 1997, p. 96
[3] U. Bonanate 1975, pp. 29-34.

mercoledì 20 aprile 2011

L'antropologo Winston Smith


Ho trovato una similitudine tra la ricerca di Winston Smith, protagonista di 1984 di George Orwell, e quella dell'antropologo. Si tratta di questioni di metodo. Anche Smith ri-cerca qualcosa. L'informatore tende a divagare, spaziare, scappare dalla domanda. Bisogna sondare, gradatamente arrivarci, prima impacciati poi, forse, capaci di ridisegnare un quadro tramite la memoria. In questo brano Winston – per altre ragioni, lontane anni luce da quelle dell'antropologo – fa qualcosa di simile; lui ha bisogno di un passato, di definirlo, di abbozzarne grosso modo i confini e va alla ricerca di qualcuno che lo possa aiutare. Lo trova «nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi». È interessante anche l'approccio, molto vicino alla mia esperienza sul campo, per quanto riguarda l'impatto: infatti, Winston entra nel locale e «appena entrato il baccano delle voci scese a metà del volume. Poteva sentire, alle sue spalle, gli occhi di tutti fissi alla sua tuta azzurra. Alcuni, che stavano giocando a freccette all'estremità opposta della stanza, si fermarono per almeno trenta secondi» (Orwell 2006: 93). Mi è capitato di dover affrontare questa sorpresa, io, elemento alieno. Poi scemano gli sguardi, «per un attimo la presenza di Winston venne dimenticata» (Ivi: 94). Winston Smith comincia ad ambientarsi. Cerca ancora qualcuno che possa ridisegnare un passato in cui immaginarsi. Un vecchio litiga con il barista perché ora una pinta non è più una pinta, mentre prima... Eccolo. «Posso offrirti da bere?» (Ivi: 93) chiese Winston al vecchio. Questi accetta. Individuato un informatore. «Ne devi aver visto di cambiamenti da quando eri giovane» disse Winston «tastando il terreno» (Ivi: 94). «La birra era migliore» (Ibidem). «Sei molto più vecchio di me [disse Winston]. Dovevi essere già adulto quando io sono nato e forse ti ricordi com'era la vita a quel tempo [...]. Quelli della mia generazione non sanno nulla di quei tempi (Ivi: 95). Il vecchio allontanava il fuoco del discorso, per cui Winston doveva costantemente cercare di riportarlo entro i confini  ed «ebbe l'impressione che stessero parlando ognuno per i fatti suoi» (Ivi: 96). E ancora «Winston si sentì assalito da una specie di sconforto» (Ivi: 97). Il vecchio non fu di grande aiuto per Winston.
Questo brano mi ha ricordato il lavoro di intervista, la difficoltà di far comprendere cosa si vuole sapere dai nostri informatori e la necessità di incrociare le informazioni raccolte, per ricostruire un quadro di senso.

Bibliografia:

ORWELL G.
2006    1984, Milano, Mondadori.

                                                                                                                      Domenico Branca

giovedì 14 aprile 2011

L'Antropologia e lo Show del Guinness...delle figuracce!

Non sarà un lungo post, ma solo una semplice constatazione. Non credo ci voglia una laurea in Antropologia Culturale o in Storia delle Religioni per evitare di fare gaffe come quella commessa pochi minuti fa allo Show dei Record. Non ho seguito i discorsi, avevo le cuffie, ma mi è bastato solo vedere una sposa (presumo di "origine occidentale") vestita di bianco e una bambina indiana vestita allo stesso modo. Non pretendo di avere una cultura tale da poter insegnare il "galateo" o le regole di ogni cultura o religione, ma non mi sarei mai immaginata di vedere una bambina indiana vestita di bianco per farla sembrare una sposa, tutto questo in televisione, con chissà quali conseguenze. Per dovere di cronaca, il bianco in India è colore di lutto!

Valentina Mura

lunedì 11 aprile 2011

Antologia della Femmina Agabbadora: presentazione a Luras.



Sabato 9 Aprile 2011, palestra delle scuole elementari di Luras, ore 18 e 30, presentazione del libro “Antologia della femmina Agabbadora” di Piergiacomo Pala. Oltre all'autore hanno collaborato alla presentazione il sindaco Marisa Careddu, l'antropologo Bachisio Bandinu, il musicista Gesuino Deiana e il giornalista Giacomo Serreli.
Davanti a un pubblico piuttosto numeroso ha da subito preso la parola il sindaco. Il suo intervento è legato per lo più all'importanza del museo etnografico Galluras che, grazie al suo reperto più importante, il Martello de sa Femmina Agabbadora, ha dato maggiore notorietà al paese. L'intervento si chiude con l'auspicio di una collaborazione di Pier Giacomo Pala, proprietario del museo, per la creazione di un museo archeologico che in futuro verrà allestito a Luras.
A seguire Giacomo Serelli, che ha il ruolo di “presentatore” della serata, passa la parola a Bachisio Bandinu. L'intervento dell'antropologo può, prendendo in prestito la sua citazione, avere come titolo “antropologia del silenzio”.
La domanda che si pone lo studioso è: Sa Femmina Agabbadora è veramente esistita?
Dalle parole dell'antropologo sembrerebbe che la tesi dell'esistenza di questa misteriosa figura possa avere dei validi sostegni. Cita ad esempio La Marmora che nella prima edizione del suo Voyage en Sardaigne (1826) accennava all'esistenza di questa figura. Nella seconda edizione dell'opera (1839), però, il suo autore omette questa parte. Perché? A questa domanda il Bandinu risponde così: prima di tutto spiega al pubblico che il La Marmora era una persona intelligente, uno studioso serio che annotava le proprie osservazioni in maniera scrupolosa, e ciò che decideva di pubblicare nei suoi libri era il risultato di vero studio e quindi da considerarsi attendibile. E'strano che un personaggio così attento e preciso, nella prima edizione del suo lavoro sulla Sardegna, accenni a un qualcosa al quale neanche lui crede, verrebbe da dire. Secondo Bachisio Bandinu, nella seconda edizione, per motivi forse politici, fu costretto a non riportare quelle informazioni, per cercare di presentare la Sardegna, allora considerata sconosciuta e selvaggia, più civile.
Vittorio Angius, scrittore e ricercatore sardo, fu uno dei primi a parlare di questa misteriosa figura nel 1883 localizzando Bosa come uno dei villaggi dove questa forma di eutanasia veniva “segretamente” eseguita; ma come per la seconda edizione dell'opera del La Marmora, rivisitata per non screditare la Sardegna e i sardi, intervenne in difesa del suo popolo Giuseppe Pasella, avvocato, magistrato e direttore dell' “Indicatore Sardo” con un articolo nel quale negò l'esistenza di questa figura e, cercando di screditare l'Angius, lo accusò di presentare come barbara la Sardegna agli occhi dell'Italia.
Ma allora, continua Bachisio Bandinu, come facciamo a credere all'esistenza di questa figura se la documentazione che reperiamo è carente o smentita, se la nostra ricerca sul campo si scontra con dei sentito dire e dei non ricordo?
Bisogna interpretare l'antropologia del silenzio. Molto spesso la gente preferisce non dare informazioni su determinati argomenti essendo questi pericolosi o moralmente sbagliati. La pratica dell'agabbadora era una forma, già nell'800, di eutanasia illegale. La si eseguiva nel silenzio, nella riservatezza, per questo di documenti ufficiali (vedi nella letteratura sarda dei secoli scorsi) se ne trovano pochi, e chi sapeva, di certo, non andava a raccontare tranquillamente in giro.
L'antropologia del silenzio è proprio questa: indagare su un qualcosa del quale si ha sentore dell'esistenza e imbattersi nel silenzio di chi sa.
A seguire l'intervento di Gesuino Deiana, musicista del gruppo Cordas et cannas, ricercatore delle antiche sonorità sarde ed ex studente di antropologia alla Sapienza, sull'importanza di non perdere le proprie tradizioni. Un intervento e un relatore che secondo me potevano anche essere omessi, personalmente mi è parso più un voler far numero per allargare il parterre dei relatori. L'intervento non ha raccontato nulla di nuovo ma, ripetuto ciò che ogni persona legata al suo territorio in cuor suo condivide: l'importanza culturale del non dimenticarsi.
Pier Giacomo Pala, l'autore del libro, dopo una breve introduzione sul ritrovamento del martello e sulla sua attività di ricerca iniziata nel 1981, lancia una piccola polemica sugli “studiosi che hanno studiato”, poichè spesso i loro lavori nascono, non da ricerche condotte sul campo, ma dallo studio del sapere di altri studiosi. Spesso i libri dei “nuovi studiosi” sono dei collage delle opere di altri autori legate da riflessioni personali. Lo stesso vale per i docenti universitari che, il più delle volte, le loro ricerche sul campo le commissionano ai loro studenti. Lui che invece è uno studioso”che non ha studiato” ha lavorato sul campo. Ha fatto ricerche sul territorio, interviste, ha analizzato l'etimologia del nome agabbadora che proviene dalla Spagna, si è recato nella penisola Iberica alla ricerca di una figura simile a quella che abbiamo qui in Sardegna senza però riuscire a trovare nulla. O quasi. Su alcuni documenti analizzati proprio in Spagna ha scoperto l'esistenza a Cuba di una figura simile a quella trattata nel suo libro: la Desperadora.
Conclude l'intervento accennando che ben due preti di Tempio Pausania gli confermarono la presenza negli archivi della Diocesi di alcuni documenti che potrebbero attestare l'esistenza dell'agabbadora.
Dopo un paio di domande del pubblico presente sulla figura di questa donna e sul suo martello, il convegno termina. Sono le 20:30.


Mauro Pirisinu

domenica 10 aprile 2011

Pellegrinaggi: breve storia fra viaggio e fede

“Il pellegrinaggio è sempre stato un momento significativo nella vita dei credenti, rivestendo nelle varie epoche espressioni culturali diverse.. Esso evoca il cammino personale del credente sulla orme del Redentore...” Con queste parole Giovanni Paolo II, nella Bolla Incarnationis Mysterium collocava il pellegrinaggio al primo posto fra i “segni” che attestano la fede ed aiutano la devozione del popolo cristiano.
Il termine latino peregrinatio, derivato da “per ager” (attraverso il campo) [1] , mentre il verbo “hagg” significa andare verso. Dall’analisi del termine è possibile evincere che la semantica ci orienta verso la definizione di pellegrino come di “un viaggiatore che ha lasciato la propria dimora per prendere la strada che lo porterà ad un altro luogo”.
L’esame del fenomeno universale costituito da questo importante fenomeno mostra che il luogo a cui tende è l’incontro del mistero.
La materia dell’atto di pellegrinaggio è lo spazio nel quale si svolge l’avvenimento. Si pensi ad esempio alla carta dei cammini di Santiago [2]. Su ognuno di questi cammini i pellegrini vivono una sorta di vera e propria avventura biblica, liturgica e culturale che li porta da un ospizio a un monastero, da un rifugio ad un santuario o ad una cattedrale incontrata lungo la via.
Uno degli aspetti principali del pellegrinaggio è che ogni pellegrino fa esperienza dell’accoglienza, della celebrazione eucaristica, della preghiera e dell’incontro con altri pellegrini.
In un simile contesto, l’itinerario è già sacralizzato. Ogni pellegrino scopre una geografia sacra, uno spazio sacrale in cui vive un popolo santo. Ed è proprio la presa di coscenza di questa sacralità che ha dato ai pellegrini l’energia per vivere lo sforzo prolungato della lunga distanza, che deve essere affrontato soprattutto nei pellegrinaggi a lunga distanza quali Gerusalemme, Roma, Compostela.
Nello spazio sacro il pellegrino ha coscienza di trovare un centro d’incontro con il mistero, con il divino, capace di aiutarlo nella sua vita quotidiana, nel suo comportamento, nelle sue relazioni, nel suo passato carico di errori, nella visione del suo avvenire, nella salute del suo corpo e della sua anima.
Vi sono una serie di caratteristiche che determinano il carattere sacrale dello spazio si pellegrinaggio che si delimita rispetto all’ambiente circostante per il fatto di essere il luogo di incontro con il divino, con il mistero.
Lo spazio sacrale cristiano è riconoscibile per una serie di segni distintivi che non ingannano:
-          il cimitero attorno alla chiesa [3];
-          le cappelle devozionali accanto al santuario principale del luogo di pellegrinaggio;
-          la pratica di processioni lungo circuiti ed itinerari determinati scritti nella memoria collettiva:
-          presenza di croci all’aria aperta, di croci nude e di Viae Crucis.

Lo studio del santuario principale è di fondamentale importanza per comprendere il senso del pellegrinaggio e scoprire alcuni aspetti antropologici caratterizzanti.
Questo perché la presenza di santi terapeuti, protettori o ausiliatori, fa scoprire le angosce e i bisogni delle popolazioni e dei pellegrini. Gli stessi ex-voto sono testimonianze tangibili di malattie ed epidemie.
Lo spazio sacrale del pellegrinaggio si è articolato intorno ai bisogni dei pellegrini.
Alphons Dupront [4], a proposito della natura dei luoghi sacri ai quali si congiungono i pellegrini, li classifica in quattro categorie:
-          luoghi che consacrano un fenomeno della natura fisica;
-          luoghi che si riferiscono a una storia;
-          luoghi sacri a carattere escatologico [5];
-          luoghi della sovranità o delle fonti.
Alla prima categoria appartengono le montagne sacre con i loro santuari.
Alla seconda categoria appartengono gli avvenimenti più importanti delle religioni dei popoli.
I luoghi di concepimento escatologico  si trovano soprattutto in Egitto (Abydos), a Gerusalemme, in
India e nell’Islam.
Il pellegrinaggio non è un’invenzione della modernità. E’ interessante anzitutto porsi delle domande su come nasca e quali siano i fondamenti posti dalla Chiesa per poter identificare un pellegrinaggio come tale. A tal proposito si possono citare quelli presenti sul sito ufficiale della Chiesa Cattolica, secondo cui:
“Il viaggio inizia dalla dimora domestica e finisce  alla dimora divina, compiendo un esodo spaziale e temporale che va dal profano al sacro, dal finito all’infinito, dal contingente all’eterno, da un luogo di partenza a un luogo di arrivo, in un lasso di tempo determinato. Per questo  caratteristico percorso di senso, il “viaggio” si chiama “santo”. Santo per le fatiche penitenziali assorbite, per la sobrietà, e frugalità dell’alimentazione, Santo per i compagni di viaggio, per le preghiere incessanti per i digiuni e le astinenze. [6]
Sant’ Agostino scriveva: “i cristiani sulla terra vagabondano come in pellegrinaggio nel tempo cercando il regno dell’eternità”. Secondo l’interpretazione di Sant’Agostino, essere pellegrini nel tempo significa che questa è la nostra condizione nella normalità, nella vita quotidiana.
Vivere da pellegrini significa dare una direzione al vagabondare senza meta dell’uomo. Il pellegrino non cammina ma “può camminare verso..”. Pertanto il pellegrinaggio verso Dio o la Madonna è un esercizio o una tappa della costruzione del sè.
Sia che l’uomo compia un pellegrinaggio di penitenza, ringraziamento o implorazione, in quel tempo tutto si ferma, la famiglia, il lavoro, le relazioni sociali, per fare spazio ad un altro tempo dove altre sono le logiche che scandiscono le ore del giorno e della notte.
Quando si compie un pellegrinaggio con altri, si cammina insieme, ci si sostiene si condividono fatiche e disagi, si creano solidarietà, e soprattutto si va insieme verso una stessa meta..
Da un punto di vista antropologico e sociologico l’atto del peregrinare favorisce la comunicazione fra popoli e culture diverse, crea, appunto, una rete di solidarietà che va oltre l’esperienza dello stesso comunicare insieme. La stessa religiosità del pellegrinaggio interessa in maniera trasversale tutti i diversi gruppi sociali, anzi talvolta diviene punto di comunicazione fondamentale fra classi diverse [7].
La tradizione delle peregrinatio medievale si sviluppa fra la seconda metà del 500 e il 600, età della Controriforma [8].
In epoca Barocca diminuisce il numero dei pellegrinaggi isolati mentre aumenta quello di quegli organizzati per lo più dalle confraternite. Il viaggio religioso viene fatto con spirito trionfante piuttosto che con spirito penitenziale.
Durante l’Illuminismo i pellegrini e le pratiche religiose tradizionali sono poco apprezzate, talvolta addirittura derise e represse.
In epoca contemporanea, nei secoli XIX e XX, continuano le devozioni popolari e i pellegrinaggi. Quello che viene a modificarsi sono soprattutto le mete: il pellegrino di età contemporanea preferisce ai tradizionali santuari [9], luoghi in cui vi sono state apparizioni mariane. Prendono così nuovo avvio pellegrinaggi verso mete quali Lourdes, Mejugorje , Fatima e altri ancora.
La Chiesa Cattolica nei Fondamenti del Pellegrinaggio, cita anche la cosiddetta moderna forma di pellegrinaggio, che secondo l’interpretazione della stessa Chiesa si propone come “via e strumento di umanesimo”, ricco di memoria e di tradizione, promotore inconscio di “umanesimo mistico”.
Come già detto, il pellegrinaggio non perde attualità nemmeno in epoca moderna, quando, accanto alle motivazioni religiose si aggiungono anche stimoli culturali, inquietudini esistenziali, scelte di vita che fanno in molti casi dell’uomo contemporaneo un viator , un pellegrino per eccellenza.[10]
Maria Lucia Mette



[1] Evoca la strada o il cammino del pellegrino.
[2] Dall’XI secolo quattro cammini a Santiago attraversavano la Francia raccogliendo i pellegrini giunti sia dalla Francia che da tutta Europa , Inghilterra, Scandinavia, Germania, Svizzera e Italia.
[3] Testimonianza della credenza nella risurrezione dei morti e nella fede dei vivi, che trattano i loro affari in vicinanza dei defunti.
[4] A.Dupront, Du Sacrè. Croisades et Pèlegrinages. Images e Languages, Parigi,1987, pp.378-389.
[5] L’ Escatologia è la riflessione che si interroga sul destino ultimo dell’essere umano e dell’universo.
[6] Tratto dal sito ufficiale della Chiesa Cattolica, articolo sui Fondamenti del Pellegrinaggio.
[7] In realtà seppur fenomeno di massa, anche nel pellegrinaggio era spesso netta la distinzione fra ricchi e poveri, così come documentato dai rilievi della facciata del Duomo di S. Donnino a Fidenza.
[8] In questo periodo si sviluppa un forte recupero del pellegrinaggio e della religiosità popolare, legati  alle apparizioni della Madonna, al culto mariano.
[9] Concentrati sulla venerazione della tomba di un santo o di una reliquia.
[10] Tratto dal sussidio per le famiglie della Diocesi di Tempio-Ampurias “VENITE ALLA FESTA”, pag.25.


Bibliografia
AA.VV., La sacra città. Itinerari antropologico-religiosi nella Roma di fine millennio (a cura di ) L.M. Lombardi Satriani, Meltemi, Roma 1999;

P. APOLITO, Internet e la Madonna. Sul visionarismo religioso in Rete, Feltrinelli, Milano, 2002;

C. C. CANTA, Sfondare la notte. Religiosità, modernità e cultura nel pellegrinaggio notturno alla Madonna del Divino Amore, ed. Franco Angeli, Milano, 2004

I. CANTU’, Pellegrinaggio in Italia del Marchese di Beauffort, Milano, 1857

J. CHELINI – BRANTHOMME, Le vie di Dio. I pellegrinaggi nel mondo moderno. Dalla fine del medioevo ai giorni nostri, ed. Jaca Book, Parigi, 1982

G. CHERUBINI, Pellegrini, Pellegrinaggi, Giubileo nel medioevo, ed. Liguori, Napoli, 2005

G. P. DORE, Sulle “orme” dei pellegrini, ed Zonza, Cagliari, 2001

A.DUPRONT, Du Sacrè. Croisades et Pèlegrinages. Images e Languages, Parigi,1987

A.F. FALCONETTI, Isola di Sardegna, Venezia, 1847

F. FERRAROTTI, Partire, tornare. Viaggiatori e pellegrini alla fine del millennio, Donzelli, Roma 1999;

E. LORIA, Salute e magia attraverso i secoli,ed. Piccin Librerie, Padova, 2004;

M.I. MACIOTTI, Pellegrinaggi e giubilei. I luoghi del culto, Laterza. Roma-Bari, 2000;

M. MAXIA, La diocesi di Ampurias, ed. Chiarella, Sassari, 2007

M. MILANESE (a cura di), Lo scavo del cimitero di San Michele ad Alghero (fine XIII – inizi XVIIsecolo), Felici Editore, Ghezzano (PI), 2010

V. e E. TURNER, Il pellegrinaggio, Argo, Lecce 1997.



Maria Lucia Mette

martedì 5 aprile 2011

La giovinetta, lo spirito, il fico: una favola (reale) di possessione

Agosto inoltrato. Tre del pomeriggio. Conversazione informale con un'informatrice di 85 anni, portati benissimo. Col tono della nonna che ti racconta la favola della buonanotte inizia a raccontare:
"Mio padre mi raccontava sempre un episodio che gli era capitato.
Chicca era in campagna... babbo stava lì. Facciamo subito i conti... Chicca era del '4, aveva diciotto anni quando le è successa questa cosa, quattro, quattordici, ventidue... è così? Se non erro...
Sotto un albero di fico, questa Chicca ha cominciato a dire queste cose nè pensate nè viste... Ma sembrava che non le volessero credere. Il fratello stava domando una puledra [...] E allora, per domare la puledra, aveva riempito una sacca piena di pietre. Va lei, la solleva, la porta giù dalle scale. "E com'è possibile?" si chiede quello "non ce la faccio io a..." E basta, solleva questa sacca e tutti si meravigliano che ha cominciato a fare queste cose.
Una notte erano coricati e Chicca dice al fratello: «Eh, tu già sei coricato, vai alla fontana che ci trovi delle pecore morte». I fratelli salgono e questa cosa era vera, ha iniziato così, Chicca, a… a die queste cose.
«Tottò» dice il fratello a mio padre «Chicca si comporta in modo strano, portiamola in paese a curarla». Babbo la siede in groppa al cavallo, era forte babbo, era uno degli uomini in paese tra i più forti, prova ne sia il fatto che lo chiamavano “Mazza di ferro”. Se la siede in groppa, arriva ad un certo punto della strada, e niente da fare. Non riusciva a portarla in paese. Sai come ci sono riusciti? L’hanno dovuta legare come un fascio di legna.
Arrivano a casa, e chiamano il dottore. Il dottore la guarda e dice: «Non è malattia che possono curare i dottori. Cercate, che non è malattia che possiamo curare noi”. Quando è entrato, infatti, aveva staccato il marmo del comodino e glielo aveva lanciato contro!
In poche parole, non era in sé. Ed hanno cercato gente, gente che poteva, gente di coraggio.
E il prete diceva a questi uomini forti che lo aiutavano: «State attenti, intervenite quando serve, ma state da parte”. Così quell’uomo leggeva le preghiere, gli scendeva il sudore dalla fronte, mentre le leggeva, e faceva domande [rivolgendosi allo spirito, n.d.r.] «Ma si può sapere perché sei venuto qui?»
«Perché qui sto bene»
«Ma dove l’hai trovata?»
«Sotto un albero di fico»
Chicca si siede, mette una gamba sopra l’altra, faceva il suono della chitarra e cantava. Con una voce che era una melodia. Perché quello che aveva incorporato era un grande cantadore. E poi ha raccontato come era morto. Era la notte della festa della Madonna di Seunis. Quando gli uomini erano ubriachi, andavano ad orinare.. sono scesi sull’orlo della roccia. Non si sa come sono andate le cose, girandosi, oppure per sbaglio… un uomo l’ha gettato giù. E lo spirito ha detto nome e stirpe dell’uomo che l’ha gettato giù.
«Se sei solo caduto, perché…»
«Perché son caduto sull’orlo della roccia e girandomi per alzarmi» ha detto «ho bestemmiato»
Allora il prete ha tentato di convincere lo spirito, che doveva passare alcuni anni errando, ad uscire dal corpo di Chicca. Alla fine lo spirito ha detto: «Va bene, me ne vado, ma almeno una tegola dal tetto butto giù, e non riuscirete più a camminare dritti» E nessuno dei presenti è più riuscito a camminare normalmente.
E babbo mi faceva sempre questo racconto, della fatica che aveva preso quell’uomo, il sacerdote… e delle cose che rispondeva lei… Lei non era lei che parlava, era lui… Che l’aveva aspettata nell’albero del fico… Perché quella pianta attira il… non so… come funzioni…
E lei, Chicca, dopo non si ricordava di nulla. Ma lo spirito ha detto, ha raccontato la sua storia, persino il nome e cognome di chi per sbaglio l’aveva gettato dalla rupe… lui si era condannato, perché nel tentativo di rialzarsi, aveva bestemmiato…”

La narrazione da me raccolta possiede molti degli elementi della narrativa popolare: la protagonista della vicenda compie imprese straordinarie, i personaggi sono dipinti con tratti vivi e caratteristici, a volte persino epici (è il caso del padre dell’informatrice, dotato di un vero e proprio nome di battaglia, “Mazza di ferro”). La ragazza assume il ruolo di un’eroina il cui aiutante magico (lo spirito) le permette di compiere imprese straordinarie, la dota del dono della preveggenza, di una forza sovraumana e di un incredibile talento musicale. Allo stesso modo, ogni personaggio della storia (i fratelli, il medico, il sacerdote) assume un ruolo ben definito e contribuisce alla lieta conclusione della vicenda. Il fatto stesso che la storia venga presentata come la narrazione di una narrazione (“Mio padre mi raccontava sempre”) confermano questa impressione.
Eppure, sarebbe un errore ricondurre completamente la narrazione all’ambito favolistico. I nomi dei luoghi e delle persone vengono citati con dovizia di particolari e possono essere facilmente riscontrati. Nella mente dell’informatrice l’accaduto è realtà, exemplum di qualcosa che non solo ha avuto luogo, ma potrebbe persino facilmente ripetersi. Ciò che viene raccontato è un episodio reale, trasfigurato dal sincero tentativo dell’informatrice di trovare una mediazione tra ciò che ella pensava essere realmente accaduto e ciò che invece io avrei potuto accettare come fatto reale, realmente accaduto e realmente verificabile.
Alla luce di queste considerazioni, analizzare la storia della giovane Chicca come un vero e proprio caso di possessione si presentava assolutamente interessante. Identificata negli studi antropologici come “l’idea che spiriti di defunti, eroi, divinità animali e non meglio definite forze sovraumane possano impossessarsi di determinati individui per parlare ed agire da parte di essi” la possessione “può venire identificata con le sue funzioni religiose, sociali, politiche, psicoterapeutiche, comunicative, estetiche” [PENNACINI C., 2001]

Sarebbe dunque utile domandarsi quali siano cause e modalità che hanno determinato la situazione di possessione. All’atto dell’esorcismo lo spirito si presenta con dovizia di particolari e narra la storia del proprio decesso: durante un’occasione di allegria egli sarebbe stato spinto involontariamente da un amico giù da una rupe, e la bestemmia da lui proferita nell'atto del cadere
Con queste parole lo spirito tende a ripristinare le vere cause oggettive della propria morte: in questo modo la possessione mira a ristabilire l’equilibrio della verità in qualche modo venuto a mancare. Per bocca della ragazza non parla solo lo spirito, ma la verità di un fatto accaduto e da tutti taciuto. Ciò che di questa narrazione colpisce l’antropologo non è la necessità di scoprire se la possessione abbia avuto luogo o meno, quanto il meccanismo sociale sotteso al racconto.
Con la sua possessione la ragazza non solo svela una verità scomoda, un tragico incidente di cui viene fatto il nome del colpevole, ma, in accordo a quella che I.M. Lewis definisce “epidemiologia della possessione”, ci permette anche di stabilire quale fosse l’orizzonte sociale in cui la posseduta si trovava a vivere.
La vicenda raccontata dallo spirito per bocca della ragazza, che condanna la propria anima alla dannazione bestemmiando in punto di morte, “è un esempio sociale, raccontato e recitato davanti al suo pubblico da un attore sofferente”. [GALLINI 1977]
Inoltre, lo status di posse permette di poter esprimere, senza tema di censura sociale, atteggiamenti e comportamenti oltremodo censurabili: nel suo stato di possessione la giovane ragazza compie atti ed esprime attitudini che nella normalità del quotidiano non le sarebbero stati ammessi: compie lavori manuali come e meglio degli uomini, si esprime in un linguaggio scurrile, è persino violenta. Una serie di libertà che, a livello sociale, non può padroneggiare in quanto donna.
A livello popolare, tuttavia, le ragioni dell’avvenuta possessione vengono rintracciate nel fatto che la giovane sia sostata sotto un albero di fico, che sembrerebbe esser connotato come la dimora dello spirito. Senza voler troppo entrare in dettagliati studi simbologici, ci si limita a considerare il fatto che il ruolo “metamorfosante del vegetale è in molti casi quello di prolungare o suggerire il prolungamento della vita umana” [DURAND 1972]. Ancor di più l’albero del fico viene popolarmente considerato come albero-tramite, in grado di poter “attirare”, per usare le parole dell’informatrice, e incorporare gli spiriti.
Un’altra informatrice, interrogata a proposito della vicenda, si esprime negli stessi termini: “Chicca è andata a mezzogiorno sotto un albero di fico, si è alzata una folata di vento, lei ha avuto paura e l’anima è entrata dentro di lei. Tutti dicevano che gli alberi del fico sono sempre tentati da anime o da diavoli che stanno lì e dicono pure che le ore più propizie per vedere queste anime e questi spiriti siano mezzogiorno e mezzanotte.” La simbologia del fico, in quanto pianta lattifera, in grado di produrre un frutto che, giunto a maturazione, rimanda visivamente alla carne umana, è ampiamente studiata e documentata (tra tutti, si veda DURAND 1972)
Una fiaba, spesso, non è solo una fiaba. A volte i “frammenti indigesti” del magico, di quel mondo che a torto si pensa sia stato dimenticato, emergono con una propria forza, pronti ad essere svelati e compresi, a chiunque ne abbia l’interesse.

BREVE BIBLIOGRAFIA INDICATIVA:
- GALLINI C., Tradizioni sarde e miti d’oggi. Dinamiche culturali e scontri di classe, Sassari: Edes, 1977
- DE MARTINO E., Sud e magia, Milano: Feltrinelli 1996 [6°]
- DURAND G., Le strutture antropologiche dell’immaginario, Bari: Dedalo, 1972
- LEWIS I.M., Possessione, stregoneria, sciamanismo; Napoli: Liguori, 1993
- PENNACINI C., Introduzione a La possessione, Antropologia I, Meltemi: Roma 2001


Gianna Saba

venerdì 1 aprile 2011

Perché studiare antropologia oggi

L’antropologia culturale studia l’uomo, l’antropologia culturale discorre dell’uomo; questo essere ugualmente diverso che vive in ogni luogo del pianeta terra, nasce, cresce e muore, ugualmente in ogni angolo, in quello più gelido come in quello più temperato.
Perché l’uomo si è adattato. Si è spostato, si è scontrato ed incontrato con altri uomini, ha appreso, ha imposto, ha regalato saperi, tecniche, linguaggi, simboli, cultura. Si è fermato ed è ripartito, ha costruito città e villaggi, ha imparato a controllare il paesaggio circostante e ad addomesticare gli animali, ha imparato a seguire lo svolgersi delle stagioni e a controllare il tempo, come afferma Le Goff (1977)[1], a renderlo quindi sociale.
Nel cammino della Storia si è diversificato nel colore dei capelli, della pelle e degli occhi, delle parole che designavano oggetti tangibili ed astratti. Ha costruito e tramandato il proprio mondo culturale, diverso e differente da luogo a luogo, ma ugualmente capace di continuare a camminare nella Storia. Ha creato tribù e imperi, lignaggi e Stati, società complesse e clan, con schiavi e uomini liberi, con divinità e fedeli. Ha imparato a guarire le malattie, ha mischiato le lingue e i tratti culturali.
Quindi, come dicono Schultz e Lavenda, «l’antropologia si può definire come lo studio della natura, della società e del passato dell’uomo ed è la disciplina che mira a descrivere nel senso più ampio possibile cosa significhi essere uomini»[2].
Perché studiare l’uomo, perché studiare antropologia?
Perché l’antropologia studia l’uomo che produce cultura, e la cultura è alla base di qualunque tipo di società, anche – naturalmente – della nostra. In questo periodo di provvedimenti volti a tagliare i fondi alla cultura, l’antropologo si trova nella situazione di non avere riconosciuta la propria professione, di essere sminuito in quanto studioso di niente. Ma la cultura non è un peso, non è il superfluo studio del niente, la cultura è fonte di ricchezza e crescita non solo intellettuale, ma anche economica. La valorizzazione dei beni culturali, sia materiali che immateriali, dev’essere una delle eccellenze di un Paese civile e democratico.

L’antropologia come disciplina scientifica nasce a seguito di una profonda riflessione sul concetto di cultura: cultura non è più, come si è pensato a lungo, solo ed esclusivamente ciò che si impara nelle aule scolastiche; cultura non è solo Dante, Picasso o Pitagora. È cultura quello che mangiamo, è cultura la musica che ascoltiamo… è cultura tutto quello che facciamo nel nostro vivere quotidiano e nel nostro relazionarci con il prossimo e con il mondo. È questa la forza dirompente della disciplina: se ogni gesto, ogni pratica, ogni riflessione è cultura, allora l’antropologia permette di comprendere l’uomo, il suo divenire società e il suo rapportarsi con l’ambiente.
Può l’uomo vivere senza conoscersi? La risposta è no, e l’antropologia può dare il suo contributo. Conoscere come gli altri popoli rispondono alle stesse domande che noi da lungo tempo ci poniamo, come fondano il proprio essere nel mondo, se da un lato ci priva di quella centralità che per secoli abbiamo creduto di rappresentare, dall’altro apre le porte ad un incontro finalmente tra pari. I sassi lanciati da Deucalione e Pirra, la polvere che l’alito di Jahvè rende essere vivente nelle fattezze di Adamo, la ierogamia di Izanagi e Izanami,[3] la goccia di latte da cui Doondari crea i cinque elementi con i quali plasma l’uomo[4], raccontano della stessa necessità di determinare l’inizio del proprio essere al mondo. Perlomeno in questo non siamo quindi così differenti da quei popoli che abbiamo chiamato “primitivi”, “selvaggi” e “barbari”.
Il relativismo culturale, pur se spesso manipolato ad uso e consumo di ideologie razziste come quella dell’apartheid sudafricana, è la base riconosciuta per qualsiasi approccio a culture diverse dalla nostra. L’antropologia ha introiettato questa riflessione sino a farne la vera e propria colonna portante della sua pratica. L’antropologia è infatti un sapere di frontiera perché vive costantemente a cavallo tra i confini a volte molto labili, a volte puramente teorici, che separano il “noi” da “l’altro”. È questo l’altro importante motivo per studiare antropologia oggi: pur con tutte le loro contraddizioni, gli antropologi sono stati i primi ad accostarsi alle culture extraeuropee privi di lenti etnocentriche. L’antropologia ha sviluppato e sta sviluppando una pratica di rispetto verso le culture diverse dalla nostra, considerandole coerenti e dotate di un proprio senso anche se distanti.
La società contemporanea presenta nuove sfide che i padri dell’antropologia nemmeno immaginavano. L’analisi dei fenomeni migratori e la riflessione, o ossessione come la chiama Francesco Remotti, sul concetto di identità sono intimamente connesse ed il non coinvolgimento degli antropologi in qualsiasi ambito di discussione governativa su questi temi è drammaticamente evidente. Molto spesso l’identità diventa una clava da brandire contro i dannati della terra, come forma di esclusione culturale prima ancora che sociale. Campanili contro minareti, panini alla mortadella contro kebab: vecchi e nuovi razzismi si nutrono di contrapposizioni forzate e di banalizzazioni che l’antropologia può contribuire a superare.
Le identità non sono pure, non sono eterne ed immutabili: se analizzassimo a fondo ciò che definisce il nostro “noi”, ciò che ci porta a contrapporci agli “altri”, scopriremo che molti tratti culturali a cui attribuiamo valenza identitaria sono il risultato di un lungo processo di interazione e scambio con i nostri vicini. Anche Sassari non è immune da questo: anche la festa dei Candelieri, bandiera dell’identità sassarese, non è sempre stata identica a se stessa ma è il risultato di secoli di incontro, spesso imposto, con le altre genti del Mediterraneo.
A quanti sostengono la purezza dell’identità sassarese e stigmatizzano come minaccia la presenza di cittadini extra-europei, parafrasando un manifesto tedesco degli anni Novanta si potrebbe ricordare che

«i tuoi ceri sono pisani, i tuoi gremi sono catalani, i tuoi tamburi sono spagnoli, i tuoi pifferi sono piemontesi, la tua farinata è genovese ma solo il tuo vicino è straniero».

ASS.D.E.A Associazione Culturale Demo Etno Antropologica


[1] Le Goff, J., “Calendario”, in Enciclopedia Einaudi, 1977, Torino, Einaudi, vol. II, pagg. 501-534.

[2] E. A. Schultz, R. H. Lavenda, Antropologia culturale, Zanichelli, 1999, Bologna.

[3] Sono le divinità che hanno generato il mondo e gli esseri umani secondo la mitologia giapponese. Izanagi è l’essenza maschile mentre Izanami è quella femminile.

[4] Secondo la mitologia dei Fulani del Mali