venerdì 1 aprile 2011

Perché studiare antropologia oggi

L’antropologia culturale studia l’uomo, l’antropologia culturale discorre dell’uomo; questo essere ugualmente diverso che vive in ogni luogo del pianeta terra, nasce, cresce e muore, ugualmente in ogni angolo, in quello più gelido come in quello più temperato.
Perché l’uomo si è adattato. Si è spostato, si è scontrato ed incontrato con altri uomini, ha appreso, ha imposto, ha regalato saperi, tecniche, linguaggi, simboli, cultura. Si è fermato ed è ripartito, ha costruito città e villaggi, ha imparato a controllare il paesaggio circostante e ad addomesticare gli animali, ha imparato a seguire lo svolgersi delle stagioni e a controllare il tempo, come afferma Le Goff (1977)[1], a renderlo quindi sociale.
Nel cammino della Storia si è diversificato nel colore dei capelli, della pelle e degli occhi, delle parole che designavano oggetti tangibili ed astratti. Ha costruito e tramandato il proprio mondo culturale, diverso e differente da luogo a luogo, ma ugualmente capace di continuare a camminare nella Storia. Ha creato tribù e imperi, lignaggi e Stati, società complesse e clan, con schiavi e uomini liberi, con divinità e fedeli. Ha imparato a guarire le malattie, ha mischiato le lingue e i tratti culturali.
Quindi, come dicono Schultz e Lavenda, «l’antropologia si può definire come lo studio della natura, della società e del passato dell’uomo ed è la disciplina che mira a descrivere nel senso più ampio possibile cosa significhi essere uomini»[2].
Perché studiare l’uomo, perché studiare antropologia?
Perché l’antropologia studia l’uomo che produce cultura, e la cultura è alla base di qualunque tipo di società, anche – naturalmente – della nostra. In questo periodo di provvedimenti volti a tagliare i fondi alla cultura, l’antropologo si trova nella situazione di non avere riconosciuta la propria professione, di essere sminuito in quanto studioso di niente. Ma la cultura non è un peso, non è il superfluo studio del niente, la cultura è fonte di ricchezza e crescita non solo intellettuale, ma anche economica. La valorizzazione dei beni culturali, sia materiali che immateriali, dev’essere una delle eccellenze di un Paese civile e democratico.

L’antropologia come disciplina scientifica nasce a seguito di una profonda riflessione sul concetto di cultura: cultura non è più, come si è pensato a lungo, solo ed esclusivamente ciò che si impara nelle aule scolastiche; cultura non è solo Dante, Picasso o Pitagora. È cultura quello che mangiamo, è cultura la musica che ascoltiamo… è cultura tutto quello che facciamo nel nostro vivere quotidiano e nel nostro relazionarci con il prossimo e con il mondo. È questa la forza dirompente della disciplina: se ogni gesto, ogni pratica, ogni riflessione è cultura, allora l’antropologia permette di comprendere l’uomo, il suo divenire società e il suo rapportarsi con l’ambiente.
Può l’uomo vivere senza conoscersi? La risposta è no, e l’antropologia può dare il suo contributo. Conoscere come gli altri popoli rispondono alle stesse domande che noi da lungo tempo ci poniamo, come fondano il proprio essere nel mondo, se da un lato ci priva di quella centralità che per secoli abbiamo creduto di rappresentare, dall’altro apre le porte ad un incontro finalmente tra pari. I sassi lanciati da Deucalione e Pirra, la polvere che l’alito di Jahvè rende essere vivente nelle fattezze di Adamo, la ierogamia di Izanagi e Izanami,[3] la goccia di latte da cui Doondari crea i cinque elementi con i quali plasma l’uomo[4], raccontano della stessa necessità di determinare l’inizio del proprio essere al mondo. Perlomeno in questo non siamo quindi così differenti da quei popoli che abbiamo chiamato “primitivi”, “selvaggi” e “barbari”.
Il relativismo culturale, pur se spesso manipolato ad uso e consumo di ideologie razziste come quella dell’apartheid sudafricana, è la base riconosciuta per qualsiasi approccio a culture diverse dalla nostra. L’antropologia ha introiettato questa riflessione sino a farne la vera e propria colonna portante della sua pratica. L’antropologia è infatti un sapere di frontiera perché vive costantemente a cavallo tra i confini a volte molto labili, a volte puramente teorici, che separano il “noi” da “l’altro”. È questo l’altro importante motivo per studiare antropologia oggi: pur con tutte le loro contraddizioni, gli antropologi sono stati i primi ad accostarsi alle culture extraeuropee privi di lenti etnocentriche. L’antropologia ha sviluppato e sta sviluppando una pratica di rispetto verso le culture diverse dalla nostra, considerandole coerenti e dotate di un proprio senso anche se distanti.
La società contemporanea presenta nuove sfide che i padri dell’antropologia nemmeno immaginavano. L’analisi dei fenomeni migratori e la riflessione, o ossessione come la chiama Francesco Remotti, sul concetto di identità sono intimamente connesse ed il non coinvolgimento degli antropologi in qualsiasi ambito di discussione governativa su questi temi è drammaticamente evidente. Molto spesso l’identità diventa una clava da brandire contro i dannati della terra, come forma di esclusione culturale prima ancora che sociale. Campanili contro minareti, panini alla mortadella contro kebab: vecchi e nuovi razzismi si nutrono di contrapposizioni forzate e di banalizzazioni che l’antropologia può contribuire a superare.
Le identità non sono pure, non sono eterne ed immutabili: se analizzassimo a fondo ciò che definisce il nostro “noi”, ciò che ci porta a contrapporci agli “altri”, scopriremo che molti tratti culturali a cui attribuiamo valenza identitaria sono il risultato di un lungo processo di interazione e scambio con i nostri vicini. Anche Sassari non è immune da questo: anche la festa dei Candelieri, bandiera dell’identità sassarese, non è sempre stata identica a se stessa ma è il risultato di secoli di incontro, spesso imposto, con le altre genti del Mediterraneo.
A quanti sostengono la purezza dell’identità sassarese e stigmatizzano come minaccia la presenza di cittadini extra-europei, parafrasando un manifesto tedesco degli anni Novanta si potrebbe ricordare che

«i tuoi ceri sono pisani, i tuoi gremi sono catalani, i tuoi tamburi sono spagnoli, i tuoi pifferi sono piemontesi, la tua farinata è genovese ma solo il tuo vicino è straniero».

ASS.D.E.A Associazione Culturale Demo Etno Antropologica


[1] Le Goff, J., “Calendario”, in Enciclopedia Einaudi, 1977, Torino, Einaudi, vol. II, pagg. 501-534.

[2] E. A. Schultz, R. H. Lavenda, Antropologia culturale, Zanichelli, 1999, Bologna.

[3] Sono le divinità che hanno generato il mondo e gli esseri umani secondo la mitologia giapponese. Izanagi è l’essenza maschile mentre Izanami è quella femminile.

[4] Secondo la mitologia dei Fulani del Mali

8 commenti:

  1. La soppressione di Antropologia culturale è un fatto politico.

    RispondiElimina
  2. Stavo valutando di riprendere gli studi universitari negli UK in ambito antropologico. Se prima nutrivo qualche dubbio, con questa lettura me li avete dissolti!
    Grazie ;)

    Emanuele

    RispondiElimina
  3. Grazie a te perchè le tue parole incoraggiano noi a continuare il nostro percorso.. in bocca al lupo in UK e facci sapere!

    RispondiElimina
  4. salve, vorrei fare una domanda stupida, perche' ho 23 anni e voglio cominciare a studiare antropologia culturale.
    non conosco bene la situazione, mi sembra molto confusa in realta', di certo so solo che in italia non e' un tipo di studio che viene valorizzato.
    come molti altri.
    volevo sapere se c'e' un posto, al mondo,che qualcuno di voi conosca, dove gli studi antropologici vengono tenuti in considerazione abbastanza da permettere la ricerca libera.
    Bruno

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Penso negli U.K. e negli U.S.A.

      Elimina
  5. Salve,

    vorrei iniziare a studiare per conto mio antropologia. Avreste un testo abbastanza universale da consigliarmi, per un neofita?
    Grazie.

    RispondiElimina
  6. Salve Giuseppe,
    potresti iniziare con la lettura di "Storia dell'antropologia" di Ugo Fabietti (Zanichelli 2001) e "Antropologia culturale" di Fabio Dei (Il Mulino 2012), attraverso cui puoi conoscere le principali teorie antropologiche che si sono sviluppate fino a oggi. Potresti leggere anche "Il primo libro di antropologia" di Marco Aime (Einaudi 2008) e "Prima lezione di antropologia" di Francesco Remotti (Laterza 2007). Personalmente mi sento di consigliarti anche un compendio per una lettura veloce da utilizzare come guida per individuare ciò che più t'interessa e approfondire di conseguenza. Si tratta di "Antropologia culturale" di Nicola Martino (Vallardi editore 2006). Per conoscere le pratiche legate all'antropologia ti suggerirei come prima lettura "Antropologia culturale. L'esperienza e l'interpretazione" ancora una volta di Ugo Fabietti (Laterza 1999).
    Questo per iniziare! Restiamo a tua disposizione, non esitare a contattarci ancora.
    Saluti!

    RispondiElimina
  7. grazie, mi avete ricordato perché mi appassionai così tanto all'università: fu un grande amore di gioventù!!! Leggendovi mi è venuta voglia di riprendere a studiarla :)

    RispondiElimina